Giappone | Anche gli Aibo vanno in Paradiso

Quando anni fa vedevamo nel web le foto dei giapponesi che portavano a spasso il loro cane robot Aibo col cappottino perché il clima era rigido, sorridevamo ironicamente. Chissà ora, dunque, che molti proprietari del pet animatronico, prodotto fino al 2006 dalla Sony, hanno portato il loro amico artificiale al tempio Kohfukuji di Isumi, nella prefettura di Chiba, per ricevere una funzione funebre, gli sghignazzamenti.

Si tratta di Aibo non più riparabili in alcun modo. Aibo che non funzionano più e che per i loro proprietari sono quindi "morti". Come se prima fossero stati vivi…


La signora Hideko Mori con il suo Aibo

Una situazione difficile da capire per noi occidentali che in una relazione poniamo l’accento sull’oggetto amato, a differenza di molti orientali che, invece, considerano un valore di per sé il sentimento che lega i due protagonisti della relazione, indipendentemente da chi o, meglio, cosa, siano.

Noi sappiamo bene che il robot è artificiale, ma quando lui comunica con noi e noi con lui, in un certo senso è reale, come è reale la relazione che instauriamo e il sentimento che c’ispira    (Naho Kano, sociologa)

Prospettive profondamente diverse insomma. Che ci fa apparire strano, talvolta con insofferenza, che in un Paese dove ogni anno si sterminano senza pietà e in modo cruento migliaia di delfini (ve l’abbiamo raccontato non senza molta sofferenza in “Operazione killing Bay”) si possa poi dare tanta importanza a una macchina, al punto da versare lacrime per lei e provare sincero dolore per la sua “perdita” (Foto sotto: la mattanza dei delfini a Taiji).

mattanza_dei_delfini_a_taiji.jpg

Si tratta, però, di contraddizioni che appartengono ad ogni nazione, da cui anche la nostra non è certo esente.

Tornando agli Aibo è accaduto questo: quando la Sony ha smesso di produrli nella metà degli anni Duemila, ha però mantenuto una "Aibo Clinic", un centro di assistenza e riparazione, per permettere a quanti avevano speso la bella cifra di circa 2000-2500 euro per averne uno in casa, di continuare a godere della loro compagnia.

In tutto questo tempo gli Aibo definitivamente rotti e non più riparabili hanno fatto da "donatori d’organi": i proprietari più generosi lasciavano che dal loro cane elettronico fossero prelevati pezzi di ricambio che permettessero ad altri Aibo di tornare a camminare e rispondere ai comandi vocali.

Aibo_2.jpgMa lo scorso anno è accaduto l’irreparabile: la Sony ha definitivamente chiuso anche la Aibo Clinic e per i possessori di un Aibo (si stima ne siano state vendute approssimativamente circa 150mila unità) è stato l’inizio della fine del loro cane robot.

Dopo anni di convivenza alcuni di loro hanno trovato insopportabile che un rapporto di così lunga data (i primi Aibo sono stati venduti nel giugno 1999) finisse senza una gratificazione e un riconoscimento, senza alcuna gratitudine. E da lì ecco l’idea della funzione funebre.

  La nostra cultura difficilmente distingue tra naturale e artificiale e ci insegna che la divinità non è solo negli uomini, ma anche nella realtà, in ciò che ci circonda e negli oggetti della natura (Naho Kano, sociologa)

Diciannove Aibo sono stati portati al tempio e per loro e per la loro "anima" è stata detta una preghiera ufficiale (foto sotto). Il_funerale_dei_19_aibo_al_.jpg

 

Le persone hanno realmente sentito la presenza e la personalità degli Aibo, quindi, in un certo modo penso che un’anima l’abbiano davvero!
(Nobuyuki Narimatsu, direttore di A-Fun, una società di riparazione per i cani robot, all’AFP)

In un’epoca in cui ancora tanta sofferenza è inflitta agli animali biologici in tutto il mondo e in cui ogni giorno l’uomo estingue definitivamente specie rare, ci resta difficile provare tristezza per un cane robot “defunto”.

Ma, sperando che un giorno tutto questo amore si riversi sulle creature viventi e si traduca in rispetto e protezione, abbiamo riguardo per l’autentica sofferenza dei "parenti". E non sghignazzeremo.

(sotto il video ufficiale di presentazione di Aibo del 2003)

(17 marzo 2015)