Chi ha paura dei sex robot

di Francesca Tarissi

 

Diciamolo apertamente: non siamo ancora al punto in cui, ad ogni angolo di strada, c’imbattiamo in un robot che cerca di adescarci, offrendoci le sue prestazioni sessuali. E neppure a quello in cui, in Europa o negli Stati Uniti, molti nascondono una procace ginoide nell’armadio per non fare scoprire ai vicini la propria passione per il sesso. Però la sola idea di macchine che si sostituiscano alle donne (e perché no anche agli uomini) nelle faccende della nostra sfera più intima, disturba fortemente una parte del mondo accademico e scientifico.

L’argomento sesso è di quelli che, da sempre, scatena polemiche e suscita imbarazzi, sia che si tratti di insegnarne l’educazione a scuola o diffondere l’abitudine all’uso del profilattico per prevenire alcune malattie.

Figuriamoci, poi, se si tocca la combine sesso-umanoidi quali contrasti possono scaturire.


Il logo della campagna contro i robot sessuali

Era solo di qualche tempo fa la notizia dell’interesse da parte della Hanson Robotics nel settore, con la testa Denise che già in rete si è acceso un nuovo spazio di tutt’altro indirizzo. Si tratta del sito web Campaign against sex robots, un manifesto dichiaratamente contro la diffusione di automi ad uso sessuale, portata avanti da Kathleen Richardson, antropologa e studiosa di etica della robotica e di genere, nonché professoressa di Etica della Robotica presso la De Montfort University nel Regno Unito. L’iniziativa è stata presentata durante l’Ethicomp 2015 di Leicester in Inghilterra, un convegno internazionale annuale in cui si dibatte circa le questioni etiche legate all’uso delle tecnologie.

Ma l’argomento robot&sesso non è certo nuovo. Sono anni che, di quando in quando, rispunta fuori a solleticare e punzecchiare gli animi.

Già nel lontano 2006, durante l'Euron Roboethics Atélier di Genova, un incontro internazionale che vedeva scienziati da ogni parte del mondo incontrarsi e dibattere del rapporto tra etica e robotica, l’argomento pruriginoso aveva fatto la sua comparsa a sorpresa ad opera di un maturo  scienziato di nome Davide Levy, fondatore nel 2001 della Intelligent Toys Ltd.

In quell’occasione, Levy affermò sicuro: <<Il futuro della robotica passa anche per le sex machine>>. A dare manforte alla teoria, un pezzo da novanta della robotica, Henrik Christensen (all’epoca docente di Robotica all'Università di Stoccolma e attualmente membro del Consiglio di Amministrazione della Universal Robots Inc. a New York,  e direttore esecutivo dell’Institute for Robotics and Intelligent Machines del Georgia Tech di Atlanta, Stati Uniti): <<Entro cinque anni al massimo la gente comincerà a far sesso con i robot e l'esperienza diventerà sempre più appagante a mano a mano che si svilupperà l'intelligenza artificiale. Quindi, quando queste macchine impareranno dalla loro stessa esperienza>>.

Tralasciando la tempistica che, come si sa, nelle scienze e nella tecnologia non è sempre certa, lo scenario che dipinge un futuro fatto di corpi meccatronici intrecciati a quelli umani non è ancora giunto. Insomma, manca ancora un po’.

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Immagine tratta da http://flowersandatin.com/tempexpert/Presentation-2.html

Il fatto, però, che aziende di primo piano della robotica ci stiano lavorando su, è sufficiente ad allertare gli animi di quanti vedono nei rapporti intimi tra macchine autonome e persone un danno per lo sviluppo psico-emotivo delle seconde.

Nel manifesto anti sex robot si legge: <<Noi crediamo nei benefici dei robot e delle tecnologie per la nostra società e per le culture umane, ma vogliamo garantire che la robotica si sviluppi eticamente e che non riproduca le disuguaglianze, rafforzando ulteriormente inquietanti esperienze umane vissute. Non proponiamo di estendere i diritti ai robot. Non guardiamo ai robot come entità coscienti. Proponiamo, invece, che i robot siano un prodotto della coscienza umana e che la creatività e l’energia delle relazioni umane siano riflesse nella loro produzione, progettazione e uso. Come risultato, ci opponiamo a tutti gli sforzi per sviluppare robot che contribuiranno alle disuguaglianze di genere nella società>>.

Se è facile concordare sull’imponderabilità degli effetti che umanoidi dalle sembianze perfette, per di più interattivi, totalmente asserviti alle volontà sessuali di chi li possiede, possano avere sulla psiche di elementi disturbati (e di questi pare che ultimamente la società abbondi!), tutt’altra questione è la disparità di genere. Cioè: chi ha detto o stabilito che i sex robot debbano essere solo donne meccatroniche per uomini e non già anche simil donne per donne o, ancora, uomini robot per signore o per signori?

E perché lo sdegno per la svalutazione dei corpi non investe anche bambole gonfiabili o sex toys con parti anatomiche che riducono la persona a mero organo genitale?

Sempre nel lontano 2006, agli albori del successo delle bambole artificiali extra lusso Real Doll, belle ma inanimate e prive real-doll1.jpgdi qualunque meccanismo, uno sconosciuto  meccanico aeronautico, Norimberga Michael Harriman, tra la collezione di donne lifelike interattive che vendeva dai 4000 euro in su tramite il suo sito (non perdete tempo a cercarlo: di lui e del suo sito si sono perse completamente le tracce e alcune sono state anche rimosse da Google!), aveva inserito Nax, uno stangone pelato di un metro e 92, non molto avvenente ma inequivocabilmente dedicato alle dame.

Le signorine di Harriman non erano  dotate di intelligenza artificiale, dunque, è inesatto definirle dei robot, ma erano fornite di meccanismi tali da poter rendere bene l’idea di quello a cui puntano i robotici oggi. Per esempio disponevano di un cuore artificiale che accelerava i battiti durante il rapporto sessuale, un radiatore per alzare la temperatura corporea come a simulare l'eccitazione sessuale, uno speaker che irradiava nella stanza dell’amplesso  ansimi proporzionali al vigore dell’atto e un dispositivo tipo telecomando per muovere i fianchi e emettere finte secrezioni vaginali.

L’alternativa attuale al lavoro artigianale del meccanico di Norimberga esiste ed ha un nome, anzi due: Roxxxy e Rocky. Femmina interattiva la prima, maschio delle cui "qualità" non viene detto nulla, se non il prezzo di circa 7000 euro, il secondo, entrambi sono prodotti dalla TrueCompanion e ordinabili on line, dopo attenta selezione del colore di capelli, della pelle, degli occhi ecc ecc.

Di fatto una buona parte di scienziati è a favore dello sviluppo dei sex robot: <<La mia previsione è che saranno le donne a essere le principali beneficiarie della nuova tecnologia, non fosse altro che per una questione di performance e prestazioni che una macchina potrebbe garantire rispetto a un uomo in carne e ossa>>, dice Bruno Siciliano, direttore del PRISMA Lab dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e nome internazionalmente noto  della robotica made in Italy.

Ma, questione di genere e soddisfazioni sessuali dell’individuo a parte, all’interno del dibattito andrebbero inseriti anche altri elementi. Per esempio il turismo sessuale all’estero che vede coinvolti ogni anno migliaia di minori, anche molto giovani, e di cui il nostro Paese detiene un triste quanto squallido primato. O dell’eventuale uso terapeutico che dei sex robot si potrebbe fare - il condizionale è d'obbligo - nel recupero di devianze di vario genere e delle altre parafilie, ovvero dei disturbi seri del desiderio sessuale, che affliggono le società contemporanee.

Fermo restando che appare molto difficile che un manifesto o qualunque altra rimostranza teorica possano indurre le aziende dal desistere dallo sviluppo di macchine in grado di far guadagnare loro molti soldi, e che, al contempo, è concreta e fortemente sentita la necessità di far entrare l’etica come componente essenziale nella  creazione dei robot, la materia sembra ancora troppo poco analizzata a livello sociologico e psichiatrico per poterla accettare o rifiutare tout court.
Insomma, prima di gridare allo scandalo, sarebbe bene valutarne tutti gli aspetti, i pro e i contro, attraverso un serio confronto che coinvolga tutte le parti in causa. Possibili fruitori e fruitrici inclusi. 

 

(1 ottobre 2015)