Paesi che odiano i social: la mappa

Recidivi, saltuari o episodici: i nemici della libertà di espressione sono molti e agiscono secondo necessità. Così, quando qualcosa non gli va a genio, prendono e bloccano Facebook, Twitter e Youtube. Dopo il caso Turchia, ecco i governi più anti-social al mondo

Non solo la Turchia di Tayyip Erdogan: a non amare la libertà con la quale le persone si scambiano opinioni e informazioni via web è un ristretto gruppo di governi, piccolo nella cifra totale ma enorme nella somma degli abitanti. Nel novero dei governi anti-social rientra, infatti, anche un paese da un miliardo e mezzo di persone come la Cina. Secondo necessità e circostanze recidivi, saltuari o episodici, a fotografare i nemici di YouTube, Facebook e Twitter e a fare il punto sulla censura del web nel mondo è il magazine Motherjones.com, sulla base dei dati forniti da Google, Twitter e OpenNet Initiative. Ma se i Paesi cambiano, le motivazioni sono più o meno sempre le stesse: una notizia scomoda di cui bisogna fermare la circolazione (vedi il caso delle intercettazioni del premier turco Erdogan pericolosamente – per lui - coinvolto in uno scandalo di corruzione a ridosso delle elezioni locali del 30 marzo scorso), una protesta che trova il suo coordinamento nel cybespazio e, attraverso i social, divulga immagini e testimonianze di repressioni poco ortodosse contro i manifestanti, o, anche, semplicemente, il non voler far sapere ‘quanto è più verde e libera l’erba (virtuale) del vicino’. Ecco dunque chi ha bloccato cosa.

La Cina ha spento Facebook, YouTube e Twitter nel 2009. Il motivo: una protesta pacifica della minoranza etnica musulmana. Lo scorso settembre nella zona denominata ‘Shanghai Free Trade Zone’ è stato rimosso il blocco ai siti web stranieri ma si tratta di un’area di soli 17 miglia quadrate e, a livello nazionale, la censura ai social continua a farsi sentire pesantemente. Facebook, Twitter, YouTube e, tavolta anche Gmail, dal 2009 sono off a fasi alterne anche in Iran, a seguito delle controverse elezioni presidenziali. Va e viene pure il blocco imposto dal Vietnam a Facebook. Gli utenti vietnamiti finora lo hanno sempre aggirato facilmente ma nel settembre 2013 è stata approvata una legge che vieta espressamente ai cittadini di pubblicare contenuti anti-governativi sul social. Nel 2012 il Pakistan ha bloccato YouTube dopo che la piattaforma video si è rifiutata di ritirare un video ritenuto anti-islam. Lo stop è durato oltre due anni fino al mese scorso. Non sorprende affatto che poco si sappia della Corea del Nord: il regime totalitario di Kim Jong-un ha fatto guadagnare al paese l'appellativo di 'Stato eremita'. Sono poche, infatti, le informazioni che riescono a filtrare all’esterno, l’accesso a internet è fortemente limitato ma come e quando non è dato conoscere in dettaglio. Secondo l’organizzazione non governativa Reporters sans frontières, l’Eritrea è uno dei paesi più censurati al mondo. Fatto sta che il governo controlla gli internet provider. C’è da dire che, secondo alcune relazioni di Freedom House il problema nella zona è anche la mancanza di banda che rende spesso inaccessibili i collegamenti al web. Insomma tra difficoltà tecniche e politiche la situazione non è affatto rosea.

Sono poi molti i blocchi temporanei imposti di volta in volta per varie ragioni ma sempre per convenienza dei governi. Dal 2009 ad oggi Google ha contato almeno 16 interruzioni in 11 Paesi. Per citare alcuni casi, nel 2009 in Bangladesh è stato imposto un silenzio di 4 giorni a YouTube, poi ancora uno stop per un lungo periodo tra il 2012 e il 2013. In Libia Youtube e altri social sono stati irraggiungibili 574 giorni tra il 2010 e il 2011, a causa di un video che riprendeva le dimostrazioni delle famiglie dei prigionieri uccisi nel carcere di Abu Salim. La Siria ha bloccato YouTube e Facebook per circa tre anni. Il divieto è stato rimosso nel 2011. Il Tagikistan ha bloccato YouTube numerose volte, l’ultima nel 2013. In Afghanistan YouTube è restato fermo 113 giorni tra il settembre 2012 e il gennaio 2013. Nel 2011 Twitter, lo strumento per eccellenza per veicolare informazioni in caso di manifestazioni e proteste, durante le sommosse arabe è stato messo a tacere parzialmente o completamente da diversi governi, tra cui Algeria, Tunisia, Egitto, Camerun e Malawi. La tentazione di imbavagliare i social, però, non è solo dei Paesi con una scarsa dimestichezza con la democrazia. Nel 2011 il primo ministro britannico David Cameron, a seguito di aspre proteste anti-governative, ha minacciato di vietare l’uso dei social network. Non è andato fino in fondo, però, un pensiero è palese l’abbia avuto. (2 aprile)